Come l’Italia rinasce e contrasta l’esodo dei giovani talenti, attraendone anche dall’estero.

La formazione Italiana rilancia il mercato ed attrae profili sempre più internazionali

Negli anni passati i governi italiani hanno adottato diverse misure per far fronte al fenomeno emigratorio,principalmente concedendo aiuti economici ai laureati espatriati che fanno ritorno in Italia. A tal proposito, ilgoverno italiano, attraverso il decreto “Crescita” ha incrementato l’entità degli sgravi fiscali e a seguito del decreto “Rilancio” derivato dall’emergenza COVID19 è stato previsto 1 miliardo e 400 mila euro con uno stanziamento straordinario per l’assunzione immediata di 4.940 ricercatori dal 2021 da diluire in due anni. 

Tra le principali iniziative a constrasto dello spopolamento c’è quella dell’internazionalizzazione degli atenei. Il ruolo delle Business School secondo i dati dell’ultimo rapporto del CRUI (2019) sull’internazionalizzazione della formazione superiore in Italia hanno messo in luce elementi molto interessanti legati al livello di attrattività dei talenti stranieri nelle università e Business School italiane, mostrando come il numero di “degree seekers” che scelgono l’Italia per studiare è in costante crescita.

Gli studenti internazionali iscritti a diverse tipologie di laurea nell’anno 2017 – 2018 erano 85.356 su un totale di 1.722.322 studenti, numero sicuramente destinato a crescere anche alla luce della proposta del Parlamento britannico secondo la quale, a partire dall’anno accademico 2020-2021, le università del Regno Unito convertiranno in ‘international’ gli studenti e, di conseguenza, le relative tariffe universitarie degli studentieuropei. In passato, infatti, i cittadini EU-UK beneficiavano di un rapporto di reciprocità, secondo cui le tasseuniversitarie non si alteravano in base alla provenienza dello studente.

I numeri legati all’internazionalizzazione della formazione superiore in Italia sono, pertanto, in crescita ed in tale contesto va ricordato che l’offerta formativa in lingua inglese è una delle emergenze più marcate ma, anche sotto questo aspetto, sono stati fatti significativi passi avanti negli ultimi anni: nel 2013/2014 i corsi erogati in lingua inglese erano 143 mentre sono diventiati 398 nell’anno accademico 2018/2019, con un aumento – davvero incalzante nel corso degli anni – del 178%. Per quanto riguarda, invece, la digitalizzazionedegli atenei, come sperimentato in occasione del COVID-19, risulta ormai di fondamentale importanza. 

Altro fattore derminante riguardo la crescente importanza del ruolo delle business school in Italia che, come sostiene il Fondatore e Dean della Rome Business School, Antonio Ragusa, “possono svolgere un ruolochiave nell’identificare le necessità del mondo del lavoro e nel fornire un supporto educativo, collegando ladomanda e l’offerta. Nel contesto di crisi economica accentuata dalla pandemia globale questa funzione è ancora più importante”. Le statistiche, infatti, ci dicono che, anche in Italia, puntare sulle business school è uninvestimento che “paga”. I dati ci dicono che l’80 per cento degli iscritti è riuscito ad ottenere importanti progressi salariali e professionali, con percentuali di occupazione dell’85% a tre mesi dal diploma e stipendi lievitati del 121% rispetto alla media pre-master.