Il difficile cammino delle startup in Italia, il paese più costoso dove crearne una

L’arma vincente? Convergenza tra legal smart e digitalizzazione per sostenere giovani startupper

Negli ultimi 50 anni il Web ha creato grandi opportunità professionali. A partire dagli anni ’70, negli Stati Uniti d’America, il mondo del business ha iniziato a guardare con sempre maggiore interesse a quelle piccole realtà imprenditoriali indipendenti, dotate di un notevole potenziale di crescita grazie alla tecnologia digitale che si stava proprio allora evolvendo. Ma è negli anni ’90 che il mercato delle startup ha iniziato a proliferare, dove, nel cuore della Silicon Valley ha trovato un ambiente caratterizzato da una enorme concentrazione di società altamente informatizzate.  

È importante però sottolineare che sebbene non tutte startup operino nel campo della tecnologia, il termine si è diffuso a livello internazionale durante la bolla speculativa del finire degli anni ’90, quando la finanza assistette al rapido aumento del valore economico proprio delle aziende attive nel settore della tecnologia e di Internet. 

Chi oggi, e ancor più tra le giovani generazioni, non sogna di dare vita ad una startup per mettere le ali ad una propria idea considerata vincente? Cosa lo impedisce? Certamente anche il loro costo di avvio. Secondo il Centro Studi Impresa, l’Italia infatti è tra i Paesi Europei in cui il costo per dar vita ad  una startup risulta tra i più elevati. Per fare il punto della situazione, ci siamo confrontati con  Valentino Megale, docente  presso la Rome Business School del Master in Artificial Intelligence e dell’MBA, il quale ha confermato:

“nel nostro Paese non sono le idee che mancano, quanto piuttosto un processo più snello per abbattere i costi di avvio di una società”. 

Le difficoltà in Italia 

L’attuale procedura di costituzione di una startup è ancora, infatti, abbastanza farraginosa. Sotto questo punto di vista, da parte di Governo e Istituzioni, serve una più marcata digitalizzazione dei servizi necessari per l’apertura e la gestione di una impresa. Ci si allineerebbe così allo standard internazionale, abbattendo ad esempio i costi di registrazione e quelli notarili. Tutto ciò aiuterebbe a supportare, soprattutto nei primi mesi di sviluppo, un interessantissimo e dinamico ecosistema di giovani imprenditori. 

“L’Italia è ancora il paese più caro in Europa in cui avviare una startup, 10 volte più che in Germania e 15 volte più che in Francia”, afferma il Prof. Megale.

Altri esempi significativi vengono da  eccellenze Europee come l’Estonia – Paese  digitalmente più avanzato al mondo – o la Croazia, dove la digitalizzazione della burocrazia ha facilitato l’accesso all’innovazione non solo da parte dei talenti locali, ma anche di quelli esteri, attraverso  il lancio di programmi  di visa per digital nomad.

Oggi il tema è più che mai attuale perché un numero crescente di attività lavorative vengono svolte quasi esclusivamente da remoto ed aprirsi al mondo permette anche alle piccole economie come appunto l’Estonia di diventare competitive a livello internazionale, accedendo a talenti dovunque questi si trovino.

In Estonia come descritto dal Wall Street Journal, si produce un numero pro-capite di startup superiore a quello di qualsiasi altra Nazione Europea. 

Allo stesso tempo, continua Valentino Megale, viviamo un periodo storico d’oro propizio per il salto culturale, se supportato da un opportuno framework legale in grado di oltrepassare alcuni pesanti dogmi del passato. Le tecnologie in rapidissima evoluzione ed i servizi dal grandissimo potenziale necessitano, infatti, di una regolamentazione smart, capace di preservare in primis gli utenti finali, ma anche in grado di apprezzare e dialogare con tempistiche e necessità del “fare impresa oggi”.

Le Business School e le Università

Le Business School e le Università in questo quadro possono rappresentare un valore aggiunto. Diventando ancora più internazionali potranno giocare proprio quel ruolo fondamentale di connettere il tessuto imprenditoriale italiano con le realtà estere e promuovere la contaminazione tra skill estremamente diverse. Le Business School e le Università attraverso i loro specialisti, potrebbero sviluppare mindsets trasversali improntati su approcci di lifelong learning, metodo di apprendimento continuo in linea con l’evoluzione di una società ricca di complessità quale la nostra.

È però necessario introdurre un ulteriore step perché il passaggio dal mondo educational all’universo business viene lasciato troppo spesso alla libera iniziativa dello studente. Business School e Università dovrebbero puntare allora all’inserimento degli studenti all’interno delle aziende: creare così una preziosa intersezione, perché chi studia deve comprendere concretamente come il know how acquisito possa essere applicato in soluzioni reali e capire da subito quale sia l’impatto economico e i risvolti sulla società dei processi d’innovazione.

Una nuova visione di crowfunding

In questo contesto inoltre non si può prescindere dallo strumento della raccolta fondi che ha il fine di cercare sostenitori per il finanziamento delle startup. Secondo Megale:

“Se talvolta le piattaforme di crowfunding possono rappresentare un utile operazione per il lancio di nuovi progetti e sondare l’interesse preliminare di mercato,spesso andrebbero pianificate come un passo utile a concretizzare il rapporto tra la propria innovazione ed il proprio network di investitori o utenti. Vista così, una campagna di crowdfunding fornisce a gruppi esterni uno strumento concreto, monetizzabile, per prendere parte allo sviluppo della società, sulla base della fiducia derivata dalla traction maturata dal progetto, fatto di ricerca, evidenze e traguardi concreti. Il crowdfunding andrebbe quindi presentato come un’ulteriore conferma della concretezza di una società, più che speranzosa fiducia verso risultati futuri.”

Nell’ultimo decennio le startup hanno trovato un supporto speciale nei cosiddetti incubatori o acceleratori, tutte entità che hanno aiutato tantissime aziende a crescere e a svilupparsi nei primissimi tempi. 

Start-Up Studio e i Venture Studio

Attualmente a tale panorama si sono aggiunti ulteriori modelli innovativi come gli Startup Studio e i Venture Studio. Si tratta di società impegnate a creare nuove startup (imprenditoria in parallelo), sviluppando idee di mercato validate e componendo i team di co-founders a partire da pool di specialisti con significativa esperienza professionale pregressa. 

L’obiettivo finale delle Startup Studio e dei Venture Studio è standardizzare il processo di innovazione, renderlo replicabile e scalabile, minimizzando il rischio e snellendo il lancio di imprese di successo, partendo da una forte base di concretezza. In Italia ce ne sono alcuni come Mamazen: Startup Studio torinese e Startup Bakery che ha sede a Milano.

Secondo Megale, inoltre, la vera novità rappresentata dagli Startup Studio è la possibilità di avere a disposizione un know-how di esperti in grado di fornire le proprie skill on demand. I concetti di staff on demand, di CEO on demand, permettono di ridurre ulteriormente i rischi perché nel caso un’idea stenti a decollare la governance è in grado dirottare risorse su altre idee e altre startup all’interno del proprio asset.

In un mondo che cambia, la rigidità delle figure professionali rappresenta un altro limite da superare optando per modelli più fluidi e adattabili alle singole circostanze.

VALENTINO MEGALE

Imprenditore in tecnologie digitale, focalizzato su digital health e benessere mentale. Biologo, con Ph.D in Neurofarmacologia. CEO di Softcare Studios, Advisor del Medical XR Council di XRSI Safety e Privacy Initiative, e Guest Associate Editor di Virtual Reality in Paediatrics su Frontiers. Docente presso la Rome Business School, TEDx speaker e autore sui temi delle tecnologie emergenti, salute e social impact. 

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