Great Resignation: dagli Usa all’Italia, perché il fenomeno delle dimissioni di massa è arrivato anche in Italia?

Con il termine Great Resignation si vuole indicare il fenomeno delle dimissioni di massa, un numero sempre più crescente di persone, infatti, sta lasciando volontariamente il proprio posto di lavoro. 

La pandemia da Covid 19, con l’introduzione della modalità di lavoro in smart working ha certamente contribuito ad un’accelerazione di questo trend. Tra i lavoratori è emerso un generalizzato desiderio di riappropriarsi del tempo da dedicare a se stessi e alla famiglia, allo sport, di elevare la propria qualità della vita e soprattutto di guardare al lavoro in maniera diversa per difendere l’agognato work-life balance, il perfetto equilibrio tra vita lavorativa e tempo libero.

Studio Mc McKinsey & Company

Secondo una recente ricerca di Mc McKinsey & Company, multinazionale di consulenza strategica, il 40% dei lavoratori a livello mondiale desidera cambiare la propria posizione nel prossimo futuro. Tra i datori di lavoro il 53% ha dichiarato di avere un turnover volontario rispetto agli anni precedenti e il 64% di loro si aspetta che il problema peggiori in futuro. 

La Great Resignation o Great Attrition – come l’ha definita la multinazionale – sarà quindi un fenomeno che le aziende dovranno imparare a fronteggiare. Ma c’è un dato dello studio McKinsey & Company ancora più interessante e che induce ad una profonda riflessione: delle quasi 6 mila persone in età lavorativa intervistate in Australia, Canada, Singapore, Regno Unito e Stati Uniti il 36% si è licenziata senza avere una alternativa, cioè senza avere un nuovo lavoro che la aspettasse. In epoche diverse cambi di lavoro e/o di incarichi e i passaggi da aziende ad aziende avvenivano con facilità perché le economie vivevano congiunture economiche positive.  La crisi pandemica ha sovvertito questo paradigma e per dirla come McKinsey: ‘Grande attrito’ o ‘Grande attrazione’? La scelta è vostra.” 

La Great Resignation negli Usa

Il fenomeno delle grandi dimissioni è nato negli Stati Uniti. È qui che il termine è stato coniato da Anthony Klots, professore associato di management alla Mays Business School della Texas A&M University, per indicare la tendenza alle dimissioni volontarie di massa, come detto, in parte per sfuggire a ritmi di lavoro stressanti e per cercare aziende con migliori rapporti dipendenti-dilettanti. Per capire l’entità del problema, basta considerare che nell’agosto 2021 – secondo i dati del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti – si è raggiunto un picco di 4,3 milioni di americani che hanno lasciato volontariamente il lavoro. In primavera, la cifra stimata era di 4 milioni

L’opinione di Mashall Langer

Riguardo alla straordinarietà della situazione, abbiamo parlato con Marshall Langer, Docente dello Specialized Master in Finance di Rome Business School, esperto di finanza, management e psicologia aziendale, che ha confermato: 

“La Grande Dimissione è certamente in parte una conseguenza dell’emergenza causata dalla pandemia Covid-19, ma il fenomeno a cui stiamo assistendo su scala globale è molto più ampio. Le ragioni sono molteplici: l’impossibilità di andare al lavoro dovuta principalmente ai periodi più o meno lunghi di blocco e/o quarantena, ma anche in parte dovuta ai notevoli stimoli governativi che in alcuni casi hanno incoraggiato la gente a non lavorare, e in parte anche all’insoddisfazione per un lavoro poco performante”.

Negli Stati Uniti 5 trilioni di dollari sono stati destinati ai ristori: oggi paradossalmente alcune persone possono ottenere più soldi non lavorando che mantenendo il proprio lavoro sottopagato. Non è affatto saggio, secondo Langer, continuare a premiare le persone che non lavorano. Lasciare il proprio lavoro non è mai una scelta facile, e spesso non è solo una questione di stipendio, ma piuttosto una questione di non sentirsi valorizzati in un’organizzazione, il che influisce sull’autostima e sulla possibilità di avanzare nella carriera. In America, l’approccio al lavoro è diverso da quello di molti altri paesi perché premia davvero le capacità del lavoratore, c’è più etica nei datori di lavoro, e non si fa carriera per eredità o per il cognome, continua il Docente di Rome Business School.

Ho lavorato a Wall Street ed eravamo sempre stimolati a fare qualcosa di nuovo, qualcosa di unico. Era una sfida costante: solo i buoni risultati venivano riconsiderati. Questa è la sfida del mondo del lavoro.Da questo punto di vista, non è un caso, per esempio, che Google, Apple, Netflix, Amazon siano nate in America, aziende che avrebbero potuto facilmente essere avviate altrove. È una questione di mentalità”.

La Great Resignation in Italia

Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in Italia sono quasi mezzo milione le persone che hanno optato per le dimissioni volontarie nel secondo trimestre del 2021. Molti sono i fattori che possono aver determinato queste scelte: lo sblocco dei licenziamenti, del turnover, il superamento di Quota 100, il Reddito di Cittadinanza e il desiderio di un miglioramento delle condizioni di lavoro. Ma c’è un dato preoccupante: dalle rilevazioni dell’Ispettorato del Lavoro le dimissioni volontarie nei mesi della pandemia hanno riguardato soprattutto le donne: certamente troppo difficile conciliare tempi familiari, soprattutto con figli molto piccoli, con i tempi lavorativi in totale assenza del job sharing

Sarà allora importante anche nel nostro Paese introdurre modalità di lavoro differenti basate, dove possibile, su flessibilità spazio-temporali con maggiori benefit per avere una migliore qualità di vita, con uno sguardo alla soddisfazione del lavoratore verso incarichi più soddisfacenti e correlati alle sue capacità. 

Il rapporto tra famiglia e lavoro 

Secondo Marshall Langer, le dinamiche dei sistemi famiglia-lavoro italiano e americano riflettono la diversità delle due società e delle mentalità con un diverso valore dato al lavoro: 

“In Italia, dove ho vissuto per 17 anni, ho notato un’importante quantità di tempo dedicato alla famiglia, il vero pilastro della società, forse perché il lavoratore è spesso poco pagato nonostante l’importante impegno profuso. Questo è uno dei fattori scatenanti che portano l’individuo a cercare altro. Se l’Italia vuole essere competitiva a livello globale e attrarre capitali stranieri, deve andare alla ricerca di talenti e competenze da premiare”.

Il punto quindi è superare il paradigma dell’approccio ‘familiare’ al lavoro e aprirsi a una mentalità internazionale, andando oltre gli steccati ideologici basati anche su etnia e religione per misurarsi  con  competitor su scala mondiale.  

“La scelta deve ricadere su “una prima squadra”, e questo, sono sicuro, ispirerebbe le nuove generazioni italiane a non voler cambiare lavoro e a rimanere in Italia, perché l’unica vera differenza, in tutto il mondo, è il modo di fare le cose.  Una visione ambiziosa, ma reale e concreta: il successo economico porta al successo sociale e alla felicità. Guardate la Cina, le politiche adottate da Deng Xiaoping, il coraggio di ribaltare le regole che portavano i cittadini del paese ad essere felici, anche se poveri.  Le Businees School e le Università sono importanti in questo senso perché spingono all’eccellenza”.

Le azioni per arginare la Great Resignation 

Esiste una ricetta per fronteggiare un fenomeno che potrebbe sul lungo periodo minare il mondo globale del lavoro e del business? Sembrerebbe proprio di si: ripartire dall’uomo dalle sue esigenze, peculiarità e potenzialità. Seguire la strada indicata da Leonardo da Vinci, l’Uomo Vitruviano, espressione del microcosmo e del cosmo intero a misura d’uomo. Le aziende, e più in generale le società, che sapranno riorganizzarsi puntando alla crescita dei loro impiegati, all’investimento nelle loro competenze e motivandoli per traguardi da raggiungere, saranno le uniche che resteranno competitive. L’innovazione e la digitalizzazione faranno poi il resto.

MARSHALL LANGER

Nato a Miami, Florida, Marshall ha conseguito il suo MBA presso la Wharton School dell’Università della Pennsylvania e ha inoltre frequentato un corso di specializzazione in psicologia della consulenza alla New York University. Marshall ha avuto una carriera di 12 anni in diversi settori commerciali e finanziari negli Stati Uniti e in Europa. Ha lavorato a Wall Street nell’investment banking e nell’arbitraggio del rischio per aziende come Donaldson, Lufkin & Jenrette e nel trading per BNP Paribas. Ha inoltre lavorato nei settori della gestione aziendale, della strategia di marketing, della consulenza gestionale e del settore immobiliare. Marshall ha anche insegnato nelle università di New York, Roma, Connecticut e in Cina.  

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