Inquinamento in città e salute: come fare rete tra aziende, cittadini e ONG

La comunità scientifica internazionale negli ultimi decenni ha indicato i cambiamenti climatici ed il surriscaldamento del pianeta come la diretta conseguenza dell’inquinamento atmosferico del globo terrestre ed oggi le conseguenze disastrose delle manifestazioni meteorologiche straordinarie, vissuti anche in Italia negli ultimi mesi, sono evidenti a tutti.  

I mass media di tutti i Paesi, dal canto loro, offrono quotidianamente una informazione completa di queste delicate tematiche, anche per tentare di contrastare i tanti convinti oppositori e i negazionisti che respingono con forza la correlazione tra il grave disastro naturale e le azioni dell’uomo: dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali alle inadeguate contromisure adottate per accompagnare lo sviluppo industriale dell’ultimo secolo. 

Per contrastare in modo efficace l’alterazione degli equilibri ambientali sarebbero necessari interventi immediati che coinvolgano la società nel suo complesso e la sfera economica e politica della comunità internazionale.   

Inquinamento in Italia

L’inquinamento atmosferico è un problema che riguarda l’intero pianeta: secondo i dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente in Europa ha causato, nell’arco del solo 2019, circa 440.000 morti premature e il nostro Paese si posiziona al primo posto di questa graduatoria con circa 63.700 decessi nello stesso periodo di tempo.  

Sotto osservazione è la cattiva qualità dell’aria che caratterizza soprattutto le aree urbane più densamente popolate, dove uno degli elementi più dannosi per la salute è il particolato atmosferico, l’insieme delle polveri, principalmente derivanti da attività antropiche, che permangono in sospensione nell’aria e che, a causa della loro dimensione e della loro capacità di veicolare altri contaminanti, sono in grado di causare gravi danni alla salute e portare fino alla morte.

Industrie, traffico veicolare, allevamenti intensivi, impianti di riscaldamento e centrali elettriche sono solo alcune delle fonti che alterano la qualità dell’aria con le loro emissioni: per approfondire la tematica ci siamo confrontati con Mattia Lolli, membro della Segreteria Nazionale di Legambiente e co-autore del Report del Centro di Ricerca di Rome Business School: “Sostenibilità ambientale e sviluppo sostenibile. Quali sfide per l’ecosistema urbano del futuro?” che ci ha detto:

Il 2021 è stato un anno importante sotto il punto di vista dello scenario dell’inquinamento atmosferico globale. Il 22 settembre sono state pubblicate, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità le nuove Linee guida sulla qualità dell’aria “WHO global air quality guidelines” (AQGs),  che hanno rivisto al ribasso i valori limite precedentemente raccomandati e hanno introdotto nuove metriche di calcolo di tutti gli inquinanti con particolare riferimento al PM2.5 – formato da ossidi di silicio, alluminio, ferro e titanio, da sali marini e da agenti biologici – e al NO2 che comprende invece sostanze derivanti dai processi di combustione.   

Nella ricerca “Mal’aria” di Legambiente e nello studio della Rome Business School sulla situazione dell’inquinamento in Italia dati pubblicati fanno riferimento a 233 centraline Arpa per il monitoraggio dell’aria in 104 città capoluogo.

Le indagini, come dato complessivo mostrano sforamenti in tutti i valori, per i limiti di legge, prevalentemente nelle città del Nord.  Il focus è relativo a Pm10 e PM2.5, la parte più fina delle polveri sottili e quella che desta maggiori preoccupazioni per la salute: proprio per aver superato il valore limite delle concentrazioni di particelle inquinanti, in modo continuato dal 2008 al 2017, l’Italia ha subito una procedura d’infrazione da parte della Corte di Giustizia Europea, con la sentenza del 10 novembre 2020. Un segnale importante e ci auguriamo anche un monito per il nostro Paese, che ha ancora molta strada da fare rispetto ad altre nazioni Europee.”

Criticità delle città italiane

Sulla base dei dati forniti dai Paesi dell’Unione Europea, per molte città, l’inquinamento atmosferico rappresenta ancora un grave problema irrisolto. Infatti, secondo il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (Aea) solo il 3% dei 344 centri urbani analizzati ha una buona qualità dell’aria

L’Italia cronicamente soffre di problemi di inquinamento atmosferico e non sono mai state poste in essere vere politiche di contrasto al fenomeno. I progressi che si sono registrati negli ultimi 15/20 anni sono spesso dovuti alla tecnologia nel senso di un miglioramento delle emissioni – delle autovetture, del riscaldamento domestico e industriale – ma senza un bilanciamento nelle politiche di supporto

Ad esempio, sul fronte automobili si è passati dall’Euro 0 negli anni 90, all’Euro 6 degli anni 2000 con la conseguenza che la mobilità privata è diventata prevalente in molte zone d’Italia anche per insufficienza del trasporto pubblico locale.  Quello che era il miglioramento tecnologico atteso non è stato sufficiente a ridurre le emissioni, perché non si sono pianificate interventi integrati sulla mobilità sostenibile.  Una occasione persa a fronte dei quasi 3 miliardi di euro stanziati per incentivare il ricambio delle autovetture. E tutto ciò si riverbera nei dati allarmanti negli agglomerati italiani in particolare di Firenze, Roma, Napoli, Catania e nella Pianura Padana dove alle emissioni delle auto e al riscaldamento domestico si aggiunge anche un mix dovuto all’agricoltura e all’apporto industriale. Nella ricerca Mal’aria avanziamo una serie di proposte, volte anche a indirizzare maggiori investimenti proprio nella mobilità pubblica, in particolare quella elettrica, dove l’Italia è molto in ritardo. Abbiamo posto l’attenzione anche sulla sharing mobility, la pedonalizzazione, la chiusura al traffico di alcune zone, buone pratiche nelle quali, ad esempio, una città come Milano si è da tempo distinta. Le città europee al contrario già da un decennio hanno adottato politiche integrate legate alla mobilità, all’agricoltura, all’industria, al decentramento e alla riduzione della densità degli allevamenti, laddove possibile.”

Il ruolo delle aziende

Il mondo industriale grava ancora troppo sull’ambiente attraverso una serie di attività che hanno un impatto sull’aria, sul suolo, sull’acqua, sul rumore e su altri settori ambientali. Negli ultimi anni il dibattito che vede protagonisti ambientalisti, economisti, esponenti delle istituzioni e della Politica ha come focus la riduzione dell’impatto ambientale coniugando la sostenibilità nei processi produttivi promuovendo un impegno sociale.

 “Le aziende possono fare la differenza adottando politiche interne integrate a partire dall’energia – che sta assumendo una centralità sotto numerosi aspetti – per arrivare alla mobilità sostenibile. Molti colossi industriali ad esempio hanno investito nella figura del mobility manager per mettere a punto politiche di car sharing e incentivazione dell’uso dei trasporti pubblici. Sono segnali fondamentali, ancora casi isolati per la verità, ma il percorso è iniziato. 

Assistiamo anche ad una maggiore collaborazione tra mondo del Profit e quello del Terzo Settore, legato soprattutto all’ambiente, per progetti comuni di volontariato, sensibilizzazione ma anche di ricerca e innovazione. E’ però importante investire sempre più nel risparmio energetico, nell’ efficientamento degli edifici e nella produzione di energia attraverso fonti rinnovabili. Una grande opportunità è rappresentata dalle comunità energetiche: si attendono i Decreti Attuativi, che ci auguriamo arrivino presto, che permetteranno ad associazioni, cittadini, ma anche enti pubblici – per esempio le scuole – di diventare autoproduttori di energia e poterla condividere costruendo “reti”.  Per la tematica del caro bollette noi come Legambiente riteniamo che non si stia andando nella giusta direzione: si propongono ricette datate come l’estrazione più gas, la costruzione di nuovi gassificatori e la riproposizione di ricette nucleari. Noi riteniamo che vadano sboccate le rinnovabili il cui iter di approvazione è ancora molto lento e complesso.”

Il ruolo dei Cittadini

La promozione ambientalistica e l’informazione ambientale permette ai cittadini di acquisire sempre maggiore consapevolezza dell’importanza di un proprio ruolo di orientamento  nei processi decisionali in fatto di tutela del pianeta. Nel tratteggiare le caratteristiche e i modi di sentirsi ambientalisti, a partire dall’agire individuale, si coglie però una distinzione importante tra coloro che pongono in essere le buone pratiche e chi al contrario non ha ancora compreso che la salute e il wellness sono strettamente legati allo stato dell’ambiente.  

Prima ancora di parlare di coscienza ambientale o ambientalista, parlerei di senso civico, di cui gli Italiani sono un po’ carenti rispetto ai nostri cugini europei. Se tutti adottassimo le buone pratiche quotidiane la vita di ognuno di noi migliorerebbe automaticamente. 

Anche perché una cosa va detta: l’orizzonte temporale delle misure e delle politiche adottate per produrre risultati tangibili è di 10 anni. Non cerchiamo alibi ad esempio per l’utilizzo del trasporto pubblico: prendiamo gli autobus, le metropolitane e i tram e iniziamo a ridurre le nostre emissioni. A Milano ad esempio i Sindaci che si sono susseguiti in tre mandati hanno consolidato la cultura della mobilità sostenibile che rende il capoluogo lombardo la città italiana più internazionale sul fronte della rete e dei servizi offerti in tema dei trasporti pubblici. 

Bisogna spiegare al cittadino e al decisore politico che migliorare la qualità dell’aria non vuol dire soltanto trovare soluzioni alla questione ambientale, ma risolvere tematiche sociali e soprattutto sanitarie. Si stima che in Italia ogni anno il Sistema Sanitario Nazionale sostenga tra  47 e 142 miliardi di euro  per costi associati a morti premature e alle patologie afferenti alle vie respiratorie. Una cifra enorme, paragonabile ad una manovra finanziaria.” 

Corporate Social Responsibility

Nella knowledge economy la cultura della responsabilità e della sostenibilità ambientale ha abbracciato una pluralità di settori economici ed una molteplicità di stakeholder. Sotto questo punto di vista i grandi colossi industriali sulla spinta dei movimenti ambientalisti hanno dato vita ad una nuova cultura d’impresa, incentrata alla responsabilità, sostituendo la visione aziendale orientata esclusivamente al profitto. Nel nostro Paese questa fase di transizione stenta a decollare perché il tessuto economico italiano è composto da piccole e medie imprese, realtà ancora in parte lontane da queste tematiche, nonostante il positivo ritorno di immagine che rafforza la reputation nel mercato di riferimento. 

Negli ultimi anni assistiamo ad una crescita importante della cultura del Corporate Social Responsability.  Questa politica genera sicuramente un impatto positivo e le aziende stanno moltiplicando le collaborazioni con il mondo del volontariato dando vita a importanti campagne di sensibilizzazione. 

Ad esempio, Legambiente ha ricostruito una collaborazione molto forte con aziende che si occupano di fare ricerca nel campo delle bioplastiche e materiali alternativi. Questa sinergia ha portato cambiamenti normativi importanti come la messa al bando dei cotton fioc, delle microplastiche nei cosmetici, e dei sacchetti di plastica nei supermercati. Nel 2022 sul tema delle rinnovabili, abbiamo dato il nostro apporto allo sblocco delle autorizzazioni per gli impianti eolici e dopo 14 anni di iter travagliato è stato realizzato a Taranto un impianto offshore. Siamo molto soddisfatti che anche in Italia prendono vita nuovi paradigmi produttivi e sociali”.

Il ruolo delle ONG

Il ruolo delle ONG è fondamentale per fidelizzare i target di riferimento e sensibilizzare coloro che sono lontani o sordi ai richiami ambientalisti. Lo scopo delle ONG è quello di promuovere azioni concrete da parte dei cittadini per stimolare le istituzioni verso una legislazione che generi  un vero cambio di passo.  

Penso ad esempio alle scuole e alle università che negli ultimi anni hanno sovvertito il paradigma culturale. Dobbiamo ringraziare i movimenti nati dall’impegno delle nuove generazioni da Greta Thumberg ai Fridays for future.Noi come Legambiente investiamo molto nell’educazione non formale dei giovani, perché i temi ambientali purtroppo ancora non sono inseriti a pieno titolo nell’insegnamento curriculare.  

In questo momento credo che il ruolo delle Ong e del Terzo Settore debba essere quello di far comprendere come le sfide del futuro siano tutte strettamente legate. E sotto questo punto di vista la pandemia da Covid 19 lo ha ampiamente dimostrato. 

Spesso, quando si parla di sostenibilità l’immagine più diffusa è quella del famoso triangolo con ai cui vertici troviamo gli aspetti ambientali, economici e sociali. Negli ultimi anni si è creato un forte solco fra le istituzioni, i cittadini e le imprese. Se volessimo usare una metafora, il ruolo del mondo dell’associazionismo è un po’ quello degli elettricisti: creare un virtuoso “corto circuito” che favorisca  un dialogo  attivo tra istituzioni, cittadini e imprese per quel cambiamento culturale in fatto di tematiche ambientali tanto auspicato”.

MATTIA LOLLI

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Aquilano, attivo nel comitato 3e32 nato dopo il sisma del 2009. Entra in Legambiente nel 2011 nel settore volontariato e si occupa di progetti di volontariato internazionale. Nel 2013 passa al settore campagne dove comincia a seguire le principali campagne di Legambiente di mobilitazione e sensibilizzazione sulla crisi climatica e la transizione ecologica. Viene eletto presidente del network di volontariato internazionale Alliance of European Voluntary Service Organisations dal 2015 al 2019. Nel 2020 diventa responsabile nazionale volontariato ed entra nella segreteria nazionale di Legambiente.

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