La fame non è soltanto un’emergenza umanitaria. È una delle grandi fratture del nostro tempo, un problema sistemico che intreccia accesso al cibo, qualità della nutrizione, sostenibilità agricola, crisi climatica, disuguaglianze e modelli economici. È da questa prospettiva che Francisco Martinez Paredes, Communication Specialist e Multimedia Producer at FAO, ha incontrato studenti e alumni di Rome Business School in una sessione dedicata a SDG 2, Zero Hunger and Malnutrition.
Il confronto ha spostato il tema della fame fuori da una lettura puramente assistenziale, mostrando come l’obiettivo “Zero Hunger” riguardi anche il modo in cui imprese, manager e leader progettano decisioni, filiere, innovazione e impatto.
Uno dei passaggi centrali dell’intervento è stato il superamento di una semplificazione frequente: pensare che SDG 2 significhi soltanto “nutrire chi ha fame”. La questione è molto più ampia. Zero Hunger riguarda l’accesso a cibo nutriente, la possibilità di seguire una dieta sana, la resilienza dei sistemi agroalimentari e la capacità di produrre proteggendo suolo, acqua, biodiversità e clima.
I dati presentati restituiscono la scala della sfida: nel 2023, 733 milioni di persone hanno affrontato la fame, mentre oltre 2,3 miliardi hanno sperimentato insicurezza alimentare moderata o grave. A questo si aggiunge un dato ancora più strutturale: più di 2,8 miliardi di persone non possono permettersi una dieta sana.
Questi numeri mostrano che la fame non dipende solo dalla quantità di cibo prodotta, ma dal funzionamento complessivo dei sistemi economici, agricoli, politici e sociali.
La sessione ha insistito su un punto decisivo: gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non sono solo target per governi, istituzioni internazionali o ONG. Sono anche una mappa per il business.
Gli SDGs identificano bisogni non soddisfatti su scala globale e, proprio per questo, aprono spazi di innovazione. Energie rinnovabili, agricoltura di precisione, alternative proteiche, economia circolare, climate technologies e finanza sostenibile sono esempi di mercati nati o accelerati dalla necessità di rispondere a problemi sistemici.
In questa prospettiva, la leadership non si misura più soltanto sui risultati economici immediati, ma sulla qualità del futuro che quei risultati contribuiscono a costruire. La domanda diventa: quale valore genera una decisione oltre il ritorno finanziario?
L’intervento ha collegato SDG 2 anche alla dimensione ESG. I sistemi alimentari hanno un impatto ambientale rilevante in termini di emissioni, deforestazione, consumo d’acqua e degrado del suolo. Allo stesso tempo, influenzano direttamente comunità, lavoratori, agricoltori e consumatori.
Qui entra in gioco la responsabilità manageriale. La sostenibilità non si esaurisce nella comunicazione o nella compliance, ma richiede trasparenza, filiere etiche, accountability e capacità di pensare nel lungo periodo. Un’impresa che opera nel food, nella distribuzione, nella logistica, nella tecnologia o nella finanza può contribuire alla soluzione solo se comprende la fame come un problema di sistema.
La parte più applicativa dell’incontro ha mostrato come alcune aziende abbiano trasformato criticità legate al cibo e alla sostenibilità in modelli di business innovativi.
Too Good To Go nasce da un problema concreto, lo spreco quotidiano di milioni di pasti, e utilizza la tecnologia per connettere consumatori e surplus alimentare. Patagonia dimostra come la responsabilità ambientale possa diventare parte integrante del modello operativo e della relazione con il cliente. Impossible Foods lavora invece sul fronte dell’innovazione alimentare, rendendo più accessibili alternative plant-based in risposta alla crescente domanda di prodotti di origine animale.
Il messaggio è chiaro: l’innovazione più rilevante nasce spesso dove un bisogno globale resta irrisolto. Non si tratta di scegliere tra profitto e impatto, ma di progettare soluzioni in cui crescita economica e valore sociale possano rafforzarsi reciprocamente.
Un ulteriore spunto è arrivato dalla metodologia TRIZ, richiamata per spiegare come l’innovazione possa nascere dalla risoluzione di apparenti trade-off. Produrre più cibo senza danneggiare l’ambiente, ridurre i costi migliorando la nutrizione, far crescere il business senza rinunciare alla sostenibilità: sono tensioni che non vanno accettate come limiti inevitabili, ma trasformate in problemi progettuali.
Agricoltura rigenerativa, filiere digitali, piattaforme di food recovery, modelli circolari e strategie di shared value diventano così esempi di come la leadership possa intervenire sulle contraddizioni del sistema.
La sessione si è chiusa con una riflessione sul ruolo individuale. Ogni professionista, indipendentemente dal settore, può interrogarsi su come contribuire a SDG 2 attraverso competenze, decisioni e ambito di lavoro. Marketing, finance, operations, comunicazione, imprenditorialità, supply chain e innovazione possono diventare leve concrete per affrontare fame, spreco, nutrizione e resilienza alimentare.
Per studenti e alumni di Rome Business School, il confronto ha rappresentato un’occasione per collegare purpose personale, competenze manageriali e sfide globali. Non una riflessione astratta sul futuro, ma una chiamata al presente: le grandi opportunità del business contemporaneo si trovano spesso nei problemi più urgenti del mondo.