Lo studio analizza conoscenza, utilizzo e impatti dell’intelligenza artificiale attraverso oltre 3.700 interviste a dirigenti e dipendenti in Spagna, Francia, Italia e Colombia.
Rome Business School presenta i risultati dell’indagine internazionale “L’Intelligenza Artificiale e l’Impiego del Futuro — per Aziende e Dirigenti” condotta da Planeta Formación y Universidades, network internazionale dell’istruzione superiore che riunisce oltre 20 istituzioni in 8 Paesi, con più di 160.000 studenti attivi, 870 programmi e 20.000 aziende partner, di cui Rome Business School fa parte. Lo studio, sviluppato in collaborazione con l’istituto di ricerca GAD3 attraverso 307 interviste a dirigenti e 498 a dipendenti in quattro settori strategici (sanità, istruzione, audiovisivo e impresa), offre la fotografia più aggiornata della penetrazione dell’IA nelle organizzazioni italiane, analizzando conoscenza, utilizzo, percezione e impatti occupazionali.
Nel campus della Rome Business School Patricia Abad, Head of qualitative research, GAD3, ha esposto che il 93% dei professionisti ha sentito parlare almeno di uno strumento di intelligenza artificiale, eppure il 75% dichiara di non aver mai ricevuto formazione strutturata sull’IA nel proprio contesto lavorativo: il 51% vorrebbe farlo ma non ne ha avuto ancora l’opportunità.
Antonio Ragusa, Dean di RBS, ha ribadito che “La sfida dell’intelligenza artificiale non è tecnologica, ma culturale e organizzativa. Oggi gli strumenti sono già disponibili e sempre più diffusi, ma manca ancora una piena capacità di integrarli in modo consapevole nei contesti professionali. È su questo terreno che si gioca il vero cambiamento: nella costruzione di competenze, nella formazione continua e nella capacità delle organizzazioni di accompagnare le persone in questa trasformazione. Senza questo passaggio, il rischio è che l’innovazione proceda più velocemente delle persone, ampliando divari che sono già evidenti.”
In Italia si conferma un paradosso formativo dove la gran parte dei professionisti conosce l’Intelligenza Artificiale, particolarmente ChatGPT, ma non ha mai ricevuto formazione sul corretto uso della stessa. L’emozione prevalente resta la curiosità (58%), affiancata da inquietudine (30%) e speranza (15%): un atteggiamento aperto ma non ancora tradotto in competenza.
l divario tra chi guida e chi esegue è evidente. I dirigenti adottano l’IA professionalmente nel 66% dei casi, contro il 39% dei dipendenti; a livello personale i tassi salgono rispettivamente all’80% e al 66%. È un gap che emerge anche nella percezione: il 35% dei manager vede l’IA come alleato per automatizzare le routine, il 30% come tecnologia a impatto positivo; tra i dipendenti, invece, il 18% la ritiene non rilevante per il proprio settore e il 17% non capisce ancora come potrebbe aiutarlo. Sul piano della formazione, metà dei dirigenti ha già ricevuto una preparazione sull’IA contro solo il 24% dei dipendenti, un netto divario che si accentua nelle PMI e nel settore sanitario, dove i livelli formativi sono i più bassi e svelano una realtà ancora più critica. Il settore dell’istruzione guida con il 53% di utilizzo professionale dell’IA, seguito da audiovisivo (43%), impresa (35%) e sanità (28%).
Il Barometro copre quattro Paesi: Spagna, Francia, Italia e Colombia, e il confronto restituisce un quadro in cui l’Italia occupa una posizione mediana. Sul fronte della conoscenza dell’IA, i livelli sono alti ovunque e le differenze minime: Italia e Spagna si attestano entrambe al 93%, Colombia al 95%, Francia al 92%. Il vero divario emerge sul piano della formazione: il 75% dei professionisti italiani non ha mai seguito corsi sull’IA, dato in linea con la Spagna (76%) ma lontano dalla Colombia (58%) e dalla Francia, dove la formazione aziendale è più strutturata e quasi 1 dirigente su 4 ha seguito percorsi finanziati dall’azienda. Sul fronte dell’adozione nelle organizzazioni, l’Italia (41% a livello medio-alto) supera la Spagna (22%) ma resta distante dalla Francia (54%), che guida il ranking europeo.
I benefici percepiti si concentrano su efficienza (45%), innovazione (41%) e produttività (39%), in linea con gli altri Paesi europei. La principale barriera rimane la mancanza di competenze tecniche (43%), seguita da rischi etici e bassa applicabilità percepita (27%): ostacoli che nessun Paese ha ancora risolto in modo sistemico. Il 70% delle aziende italiane paga già o prevede di pagare licenze per strumenti IA; quasi la metà intende richiedere sussidi pubblici, con il settore audiovisivo più attivo su questo fronte.
Sul fronte etico il quadro è critico, e trasversale a tutti i Paesi analizzati. Il 76% dei dipendenti italiani ritiene che la propria azienda non abbia adottato protocolli etici per l’IA; tra i dirigenti, il 22% segnala protocolli già adottati e il 35% li indica in sviluppo, con maggiore proattività nelle grandi aziende e nel settore audiovisivo. È un nodo irrisolto che accomuna Italia, Spagna e Francia, e che segnala come la corsa all’adozione stia procedendo più velocemente della capacità delle organizzazioni di governarla in modo responsabile.
A livello di utilizzi concreti, l’IA in Italia viene impiegata principalmente per attività legate all’intrattenimento (39%) e alla generazione di contenuti (35%), confermando una diffusione ancora fortemente orientata a funzioni creative e di supporto. Seguono l’elaborazione e interpretazione delle immagini (23%), la formazione e l’apprendimento (18%) e la programmazione (17%), che rappresentano i principali ambiti applicativi emergenti nelle organizzazioni. Nel confronto internazionale, l’Italia si distingue per il peso dell’intrattenimento: un utilizzo quasi doppio rispetto agli altri Paesi, dove media e formazione sono le applicazioni più frequenti.
Gli usi variano significativamente per settore: in sanità i dirigenti puntano su diagnosi (47%) e ricerca clinica (41%); nel mondo aziendale su tecnologia/IT (42%) e servizio clienti (40%); nell’audiovisivo su produzione (57%) e sviluppo software (52%). In ambito educativo, la creazione di risorse didattiche è il principale utilizzo sia per dirigenti (48%) che per dipendenti (46%).
Il Barometro restituisce un’immagine dell’Italia in bilico: consapevole della trasformazione in atto, ma ancora priva degli strumenti per governarla in modo equo. Il 53% delle aziende ha già avviato o prevede corsi di formazione sull’IA per i propri dipendenti, con una netta preferenza per approcci pratici applicati al contesto professionale reale: fondamentali tecnici (55%), utilizzo di strumenti specifici (51%) e applicazione nel proprio settore (49%). Un segnale positivo, ma ancora insufficiente rispetto alla scala del problema.
Il gap tra chi vede il cambiamento e chi lo subisce senza strumenti per affrontarlo è la sfida più urgente che l’adozione dell’IA pone alle organizzazioni italiane. Non è un problema tecnologico, l’IA c’è, è accessibile, è già in uso; è un problema di architettura organizzativa. Chi investe in formazione strutturata costruisce un vantaggio competitivo, chi non lo fa allarga una disuguaglianza che crescerà sempre di più. I settori più esposti, sanità e PMI, sono paradossalmente quelli con i livelli formativi più bassi e la minore propensione a pianificare investimenti futuri nell’IA.
Guardando avanti, il Barometro suggerisce tre priorità. Prima: rendere la formazione sull’IA strutturale e non episodica, integrandola nei percorsi di sviluppo professionale a tutti i livelli, non solo per i dirigenti. Seconda: colmare il divario etico e di governance, costruendo protocolli condivisi che oggi mancano nel 76% delle organizzazioni. Terza: avvicinare la percezione dei lavoratori alla realtà dei cambiamenti in corso: il fatto che il 42% dei dipendenti non usi l’IA perché non ne vede l’utilità non è un dato neutro, è il segnale di un’opportunità di comunicazione interna che la maggior parte delle organizzazioni italiane non ha ancora colta.