Roma è il territorio con la più alta concentrazione di ricerca pubblica e il maggiore accesso ai fondi europei competitivi. Dispone di verticali industriali strategici a livello continentale e forma ogni anno un bacino di competenze scientifiche che nessun’altra città italiana può replicare. Tuttavia, il nodo non è quantitativo ma architetturale: la frammentazione tra attori, la debolezza del trasferimento tecnologico e la mancanza di meccanismi stabili di collaborazione impediscono alla massa critica di generare un rendimento sistemico. “Se Roma riuscirà a costruire un’infrastruttura relazionale solida, capace di ridurre la distanza tra laboratorio e mercato, potrà diventare uno dei principali hub europei del deep tech pubblico-privato”, afferma Valerio Mancini, tra gli autori del report “Chi fa innovazione e dove? Roma, Milano, Torino: player, infrastrutture e numeri comparati”, realizzata dal Centro di Ricerca Divulgativo di Rome Business School e curata da Michele Franzese, Imprenditore e Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca di RBS.
Torino e Milano? Torino ha la capacità ingegneristica e il rapporto con l’industria che la rendono un laboratorio affidabile per chi vuole testare tecnologie complesse, e un track record di crescita del valore ecosistemico che poche città europee della sua dimensione possono vantare. Milano ha il mercato, il capitale e le connessioni che servono per crescere.
Lo studio propone un’analisi comparata dei tre principali ecosistemi dell’innovazione italiani integrando dati istituzionali e internazionali su startup, venture capital, brevetti e fondi europei, una survey proprietaria condotta su 100 operatori dell’ecosistema tra founder, investitori, corporate, ricercatori e policy maker, e un osservatorio sulle community dell’innovazione basato sui dati di Roma Future Week e Torino Future Week, offrendo una fotografia articolata delle dinamiche che ridefiniscono la geografia dell’innovazione nel Paese.
Roma è il primo territorio italiano per attrazione di fondi competitivi europei: €776 milioni da Horizon 2020, più di Milano e quasi tre volte Torino, e ospita la più alta concentrazione di ricercatori pubblici del paese. La Sapienza è il più grande ateneo d’Europa per numero di studenti. L’Agenzia Spaziale Italiana, il CNR, l’ENEA, l’Istituto Superiore di Sanità hanno trasformato il territorio romano in uno dei poli scientifici più densi del continente. Nella Tiburtina Valley, 250 aziende dell’aerospazio e della difesa impiegano 23.500 persone ad alta specializzazione e generano €5 miliardi di fatturato annuo, l’unica regione italiana che ospita l’intera catena del valore della filiera spaziale.
Eppure, Roma attrae €295 milioni di venture capital in cinque anni, con una media per deal sotto il milione di euro. La qualità del network percepita dagli operatori vale 5,9 su 10, il dato più basso tra le tre città osservate. Il trasferimento tecnologico si ferma a 5,6. Gli operatori descrivono un ecosistema in cui le eccellenze esistono ma non si conoscono, in cui la frammentazione tra attori è citata dal 58% come ostacolo principale, in cui le startup più promettenti raccolgono il capital seme grazie agli strumenti pubblici regionali ma non trovano il capitale di crescita localmente e sono costrette a cercarlo altrove.
È il paradosso che definisce Roma: il territorio con la più alta densità scientifica d’Italia produce ancora il minor ritorno di sistema rispetto alle risorse investite. Due le motivazioni principali: mancanza di architettura relazionale: ogni istituzione eccelle nel proprio perimetro, con pochi incentivi e poche infrastrutture dedicate a costruire ponti orizzontali verso il tessuto produttivo privato; e la ricchezza non circola, la criticità sta nella lentezza con cui la produzione arriva al mercato e la frequenza con cui genera valore economico tangibile. Roma conta il 10,5% delle startup innovative italiane, ma le startup superano la fase iniziale grazie a strumenti pubblici (Lazio Innova, CDP Venture Capital) e non trovando abbastanza capitale localmente, e sono costrette a cercarlo a Milano o a Londra, portando spesso con sé le sedi e impoverendo l’ecosistema di partenza.
Il Global Startup Ecosystem Report 2025 però segnala un avanzamento significativo: Roma è salita dalla fascia 41–50 alla fascia 31–40 del ranking degli ecosistemi emergenti. Il parametro che ha trainato la scalata è il Market Reach, la capacità di consentire alle startup in fase early-stage di accedere rapidamente a clienti e mercati. Inoltre, la concentrazione romana di ministeri, amministrazioni pubbliche centrali e sedi direzionali delle grandi corporate dell’energia, della difesa e delle telecomunicazioni garantisce alle startup nei settori GovTech, Cybersecurity e Aerospace un mercato di prossimità che non ha equivalenti in Italia.
“Roma dispone di una massa critica scientifica che poche città europee possono vantare, ma la performance di un ecosistema non dipende solo dalla quantità di ricerca prodotta, bensì dalla qualità delle connessioni tra i suoi attori. Quando università, imprese e capitale non interagiscono in modo stabile, la conoscenza resta nei laboratori e fatica a trasformarsi in imprese e crescita economica”, spiega Michele Franzese.
Roma emerge quindi come un ecosistema knowledge-driven, ricco di capitale scientifico ma ancora privo di un’infrastruttura relazionale capace di trasformare in modo sistematico ricerca, brevetti e competenze in nuove imprese e scaleup tecnologiche.
Se Roma rappresenta il territorio con la maggiore concentrazione di ricerca scientifica, Milano resta il punto di riferimento dell’innovazione imprenditoriale in Italia. Tra il 2020 e il 2024 l’ecosistema milanese ha attratto oltre 4,1 miliardi di euro di venture capital in 1.134 operazioni, concentrando 2.417 startup innovative e quasi la metà delle startup B2B italiane (46,8%).
Il dato più rilevante, tuttavia, non riguarda solo il volume degli investimenti ma la densità delle relazioni tra gli attori dell’ecosistema. Università, imprese, investitori e acceleratori operano all’interno di un sistema relativamente integrato, dove le idee imprenditoriali trovano più facilmente capitale, competenze e mercato. Il sistema accademico alimenta una pipeline costante di competenze tecniche e manageriali, mentre hub e acceleratori rappresentano alcuni dei principali punti di accesso per startup e nuovi progetti imprenditoriali. A questo si aggiungono infrastrutture di innovazione come MIND, Milano Innovation District, che integra ricerca, imprese e sanità avanzata in uno dei più grandi distretti europei dedicati alle scienze della vita.
La survey condotta nell’ambito della ricerca riflette questa struttura: Milano registra i valori più alti nelle principali dimensioni dell’ecosistema, con qualità del network pari a 7,3 su 10, accesso al capitale a 7,6 e vitalità complessiva a 7,7. Per questo la ricerca definisce Milano un ecosistema market-driven, dove la domanda di innovazione proveniente da imprese e investitori crea un circuito capace di autoalimentarsi: più capitale e mercato attraggono startup, che a loro volta rafforzano ulteriormente la densità dell’ecosistema.
Milano paga però il costo di un sistema che funziona: Milano non fatica ad attrarre talenti, fatica a renderli accessibili alle realtà più giovani e a trattenerli quando la competizione salariale delle grandi corporate alza il costo del recruiting oltre la soglia che una startup in fase early può sostenere.
“Un ecosistema che diventa troppo competitivo al proprio interno rischia nel tempo di selezionare solo chi può permettersi di starci, perdendo quella diversità di profili e di prospettive che è il vero carburante dell’innovazione di lungo periodo”, afferma Mancini.
Storicamente legata alla grande industria automobilistica, Torino ha progressivamente trasformato la propria identità industriale in una piattaforma per l’innovazione tecnologica avanzata, con una crescente specializzazione nei settori dell’intelligenza artificiale, dell’aerospazio e dell’hard tech.
Secondo i dati di Startup Genome, l’ecosistema torinese ha oggi un Ecosystem Value stimato intorno ai 3 miliardi di dollari, con una crescita media del 19% annuo negli ultimi anni, in netta controtendenza rispetto alla dinamica registrata a livello globale, dove nello stesso periodo molti ecosistemi hanno visto una contrazione media del valore intorno al −14%.
Alla base di questa trasformazione c’è una rete di istituzioni accademiche, incubatori e infrastrutture di innovazione particolarmente coesa. Il Politecnico di Torino rappresenta uno dei principali poli europei per l’ingegneria e le discipline STEM, mentre incubatori e centri di trasferimento tecnologico come I3P e 2i3T hanno contribuito alla nascita di numerose startup deep tech. Accanto a queste realtà operano hub di innovazione come OGR Tech e nuove infrastrutture industriali come Argotec SpacePark, uno dei più grandi centri europei dedicati alla produzione di satelliti.
Negli ultimi anni la città ha inoltre rafforzato il proprio posizionamento internazionale sull’intelligenza artificiale con la nascita di AI4I, Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale per l’Industria, e con nuovi strumenti di investimento dedicati all’innovazione tecnologica avanzata, come i fondi lanciati da Neva SGR per oltre 565 milioni di euro. La crescente visibilità globale dell’ecosistema è stata confermata anche dall’Italian Tech Week, uno dei principali eventi europei dedicati alla tecnologia, che nell’edizione 2025 ha portato a Torino figure di primo piano dell’innovazione mondiale, tra cui Jeff Bezos.
Secondo la survey realizzata nell’ambito della ricerca, Torino mostra un ecosistema relativamente compatto, con una qualità del network valutata 6,4 su 10, superiore a Roma ma inferiore a Milano. Le principali criticità riguardano invece l’accesso al capitale (5,8) e la disponibilità di talenti tecnici senior, due fattori che incidono sulla capacità delle startup di crescere oltre la fase iniziale.
Per questo la ricerca definisce Torino un ecosistema engineering-driven, caratterizzato da una forte competenza tecnica e da un rapporto diretto con l’industria manifatturiera, che rappresenta al tempo stesso la sua principale forza e il limite nella capacità di scalare rapidamente a livello internazionale.
Il confronto tra i tre ecosistemi mostra come l’innovazione italiana stia evolvendo lungo traiettorie diverse ma complementari. Milano ha costruito nel tempo un circuito in cui capitale, mercato e competenze dialogano con fluidità, rendendo più rapido il passaggio dall’innovazione alla crescita delle imprese. Roma possiede la più grande concentrazione di ricerca pubblica e di fondi europei competitivi in Italia, ma deve rafforzare le connessioni tra università, imprese e capitale per trasformare questa massa critica in scaleup e crescita imprenditoriale. Torino ha invece convertito la propria eredità industriale in un ecosistema fortemente ingegneristico, con una specializzazione crescente nell’hard tech, nell’aerospazio e nell’intelligenza artificiale, che oggi deve soprattutto crescere in scala attirando capitali e talenti senior.
Dal confronto emerge una distinzione cruciale tra ecosistemi vitali ed ecosistemi produttivi. La vitalità è visibile: startup, eventi, programmi pubblici, mentre la produttività si misura nella capacità di trasformare una ricerca in impresa, una startup in scaleup, una relazione in investimento. Non a caso, tra le priorità indicate dagli operatori emergono tre leve principali: il rafforzamento della governance di ecosistema (indicato dal 51%), strumenti più efficaci di trasferimento tecnologico (44%, che sale al 60% tra università e centri di ricerca) e programmi territoriali per attrarre e sviluppare talenti, segnalati come priorità dal 62% degli intervistati.
Il prossimo decennio dipenderà dalla capacità di trasformare le risorse esistenti in connessioni stabili tra ricerca, imprese e capitale. “Il futuro dell’innovazione italiana non dipenderà da una sola capitale tecnologica, ma dalla capacità di collegare tra loro Milano, Roma e Torino in un ecosistema nazionale più integrato e competitivo” afferma Franzese.
In prospettiva europea, l’Italia può evolvere verso un modello policentrico dell’innovazione, in cui Milano agisce come piattaforma finanziaria e commerciale, Roma come motore scientifico e deep tech e Torino come laboratorio industriale avanzato: un sistema distribuito, più resiliente e più competitivo rispetto ai grandi poli tecnologici europei.