Startup: cosa valorizzano maggiormente gli investitori?

Elemento innovazione, soft e tecno skills del team 

La creazione di nuove imprese è un fenomeno economico che riveste un’estrema rilevanza, soprattutto in una fase congiunturale come quella attuale con un’incalzante crisi economico-finanziaria mondiale dovuta anche all’emergenza sanitaria da Covid 19 e alla guerra in Ukraina.

In questo scenario la costante crescita dell’industria legata all’innovazione digitale indica la necessità di sostenere ed incoraggiare un settore che presenta i più elevati tassi di crescita. Per i sistemi economici l’innovazione, intesa nella sua accezione più ampia, è una necessità fisiologica che nasce dall’esigenza di tendere continuamente ad accrescere la capacità di competere nel mercato di riferimento sul lungo periodo.  

Nella knowledge economy, uno dei fenomeni che ha assunto grande importanza negli ultimi tempi, anche in Italia, è quello delle start-up, giovani aziende fondate per sviluppare un prodotto o servizio unico, immetterlo sul mercato e renderlo insostituibile per i clienti. 

Il ruolo che hanno assunto le giovani imprese digitali all’interno del sistema economico-finanziario mondiale ha portato dei cambiamenti rilevanti nell’ecosistema imprenditoriale: numerosi studi evidenziano proprio come le start-up siano le responsabili di una parte consistente della crescita del PIL.  

Le start-up in Italia

Secondo l’analisi realizzata dal Ministero dello Sviluppo economico in collaborazione con Unioncamere, InfoCamere e Mediocredito Centrale si conferma la tendenza, dell’ultimo trimestre del 2021, alla forte spinta all’innovazione nel nostro Paese per quanto riguarda le Startup e le Pmi innovative. Infatti, nel quarto trimestre 2021 sono 14.077 le Startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese, con un capitale sociale in aumento rispetto al terzo trimestre (+24,5 milioni di euro, +2,68%), attestatosi in media a circa 65 mila euro a impresa. 

I Governi a partire dal 2001 hanno stanziato vari incentivi per aiutare queste realtà imprenditoriali.  Uno dei principali strumenti di sostegno alle start-up innovative continua ad essere il Fondo di Garanzia per le PMI che, nel quarto trimestre 2021, ha gestito 746 operazioni per un totale di finanziamenti potenzialmente mobilitati nel trimestre intorno ai 150 milioni di euro.  

Per comprendere come le start-up rappresentino uno stimolo positivo anche per il sistema industriale italiano abbiamo incontrato Giacomo Salvanelli  Autore del report “Il Lavoro in Italia. Le sfide di dipendenti, imprenditori e startupper”, che ci ha detto: 

In Italia fare start up significa essere una realtà capofila di un’innovazione da inserire all’interno di un contesto che si sta evolvendo. Oggi viviamo una fase evolutiva particolarmente proattiva e ricca di opportunità, riscontrabile in altri Paesi 30 o 40 anni fa. Quindi siamo in una fase super propositiva. Basta vedere i numeri che in qualche modo anche l’Osservatorio Nazionale sull’innovazione del Politecnico di Milano ha di recente condiviso.    

Mediamente ogni anno si assiste ad una crescita nel numero di start-up innovative o comunque ad alto impatto tecnologico, nell’ordine del 20, 25%. In Italia non c’è stata mai una spinta così forte all’innovazione ed è quindi il momento giusto di confrontarsi con il mercato perché è alta l’attenzione degli investitori – tra i quali Business Angel e i Venture Capitalist – che sono poi i vettori fondamentali per la crescita di un’ecosistema start-up.  Siamo comunque ancora distanti rispetto ai numeri che hanno altri Paesi, anglosassoni in primis, però stiamo crescendo molto velocemente. Solo un esempio: in Italia l’intero ammontare di capitale investito in società ad alto potenziale di crescita corrisponde alla totalità degli investimenti che sono stati elargiti in Germania solo alle start-up Berlinesi. Ma come dicevo il panorama sta cambiando e si assiste ad un fenomeno molto interessantei grandi fondi di investimento stranieri, venture capital e angel investitors, guardano anche all’Italia nel radar mondiale dei Paesi su cui investire.” 

Le competenze degli start-upper

Nell’immaginario collettivo la parola start-up  evoca immediatamente la storia professionale di Steve Jobs e Mark Zuckerberg.  Si deve superare però lo stereotipo dell’immagine di ragazzi volenterosi e geniali che partendo da una semplice intuizione sono riusciti a creare imprese di successo planetario. Le start-up, infatti, operano in contesti sconosciuti e rischiosi e il loro sviluppo, pertanto, implica il superamento di una serie di problematiche. La razionale e lucida programmazione del processo di una start-up diventa allora fondamentale al fine del raggiungimento di obiettivi, il primo dei quali è non soccombere al mercato.  Alla base di ogni impresa tecnologica non esiste soltanto la business idea, ma anche la  professionalità e la dedizione  dello start-upper.  

In base alla mia esperienza le competenze che ogni start-upper dovrebbe avere sono raggruppabili all’interno di due macro categorie: le soft skills e le tecno skills.Per quanto riguarda le soft skill ci vuole tanta resilienza: oggi un aspetto che viene troppo spesso sottovalutato è la rapidità con cui alcuni start-upper pensano di raggiungere il successo e di conseguenza profitti importanti. Oggi c’è il mito degli unicorni: la volontà di portare la propria società ad una valutazione oltre il miliardo ed è questa, secondo dell’Osservatorio nazionale sull’innovazione, la motivazione per la quale più dell’80% di giovani o comunque di founder scende in campo. Per raggiungere il successo ci vuole al contrario intelligenza e maturità per capire che senza perseveranza il risultato non arriva e, forse, potrebbe non arrivare mai.  

Per quanto riguarda le skills tecniche, diventa fondamentale avere competenze relative al business e al management, perché nella crescita – dalla nascita alla stabilizzazione del modello di business di una società – ci sono almeno 3, 4 o addirittura 5 fasi intermedie che presuppongono un lavoro costante: preparare un prodotto, metterlo sul mercato, validare, verificarne i feedback e ritornare in fase di riprogrammazione. Quindi è un continuo back and forth dove le metriche e anche la capacità di analisi di quelli che sono i feedback di mercato non sono solo diretti, ma anche indiretti.”  

L’importanza del team per gli investitori

La raccolta di capitale per una start-up può avvenire con modalità diverse e rappresenta un momento molto delicato, perché, come detto, la percentuale di non sopravvivenza in un ambiente incerto è altissima, ed è per questo che s’incontrano maggiori difficoltà rispetto alle altre imprese, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento.  Il primo atto è solitamente dedicato agli investimenti strutturali volti ad assicurare l’operatività dell’azienda per poi passare alla realizzazione della business idea che è alla base della start-up. Molto spesso l’autofinanziamento non è la scelta primaria degli start-upper, i quali anche in funzione del proprio modello di business, tendono ad affidarsi a diverse modalità di interventi economico-finanziari. 

I principali vettori  di finanziamento esistenti capaci di sostenere un early-stage business, sono, tra gli altri, i business angels i venture capitale, i clud deal, i family offices, gli incubatori e gli acceleratori.

A questo proposito ad esempio, i business angels  sono investitori privati non istituzionali,  che decidono di investire nel finanziamento di una nuova impresa, assumendo anche responsabilità di gestione a fianco degli start-upper. I venture capital, fenomeno nato negli Stati Uniti d’America, sono società che raccolgono fondi da privati o da investitori istituzionali e investono capitali per loro conto: non si limitano all’erogazione di denaro ma spesso partecipano attivamente alle decisioni aziendali e di gestione del personale. Gli incubatori/acceleratori, invece, forniscono assistenza manageriale, accesso a finanziamenti, consentono l’utilizzo di servizi di supporto tecnico, aiutando le start-up a sopravvivere  e crescere nelle fasi maggiormente critiche. 

Gli investitori al giorno d’oggi valorizzano due grandi aspetti. Il primo fra tutti, che va al di là anche dell’elemento innovativo del progetto, è il team, l’importanza del quale è riconosciuto anche da Gartner, il più grande player internazionale che raccoglie dati su come il business degli investitori si approccia alle start- up. Il team deve essere competente, ingaggiato, poliedrico e polivalente, perché una start up, a differenza di una grande corporate, si muove 100 volte più velocemente e in orizzontale con una grande sequela di processi e di procedure.

Per un’azienda che non ha un team così costituto e con le suddette caratteristiche è statisticamente molto più complesso poter raccogliere fondi, a meno che ovviamente non sia una start up che propone sul mercato un prodotto talmente tanto di nicchia da  non necessitare di particolari limitrofe. Infatti, le start-up nel 99% dei casi adottano l’approccio  Lean, un metodo molto veloce di test trial, dove  (A) si testa il mercato, (B) lo si verifica, (C) si raccolgono i feedback e (D) si ritorna ai processi  interni e per far questo sono necessarie competenze molto diverse fra loro e integrabili, ma tutte importanti per il consolidamento del progetto. Ecco perché il team deve essere poliedrico nelle competenze onde assicurare agli investitori che si possiedono tutti i know how, le capabilities tecniche e le soft skills, la prima delle quali è la leadership, per fronteggiare e superare momenti di criticità.

Il ciclo vitale di una start-up

La business idea guida lo star-upper nelle sue azioni e negli orizzonti strategici e operativi. Se il business plan è lo strumento in grado di fornire elementi valutativi indispensabili per corrette e razionali risposte manageriali alle sfide del mercato, è il business model, che descrivere il modo in cui un’impresa crea, distribuisce e cattura valore. In altre quest’ultimo è lo strumento che permette di  governare le azioni della start-up e di  adattarle al contesto del mercato in costante evoluzione.

La prima fase è sicuramente rappresentata dall’idea, la quale generalmente corrisponde a circa il 5% del processo di costruzione e validazione del modello di business di una start-up. Si può avere l’idea più innovativa e geniale del mondo, ma se non supera la fase di validazione, attraverso la realizzazione di un mimimum viable product, (MVP), l’idea rimane tale.

Segue poi la fase dell’identificazione del target market per comprendere chi può essere interessato. Si passa poi alla delicata fase del testing: il prodotto si mostra al target bayer, si raccolgono i feedback che potrebbero anche modificale  (A) il business model e/o (B) il prodotto (MVP). In questo momento gli start-upper devono essere pronti anche a cambiare totalmente direzione ed è proprio qui che entra in gioco l’attitudine alla resilienza e alla perseveranza, che significa non rimanere innamorati della propria idea. Superati questi scogli giunge finalmente il momento del go to market: la start-up ha preso vita e inizia la sua piena operatività.”  

La formazione

“In base al mio percorso vorrei trasferire il concetto, per non incorrere in errori, che fare start up e produrre denaro, reddito, profitto non è facile né immediato: bisogna impegnarsi profondamente nella realizzazione del proprio progetto

In secondo luogo è imprescindibile e fondamentale investire nella formazione: nel management, nel business e in ambito informatico per acquisire quei metodi e quelle competenze che sono necessarie per la gestione interna della propria azienda, per esempio dal punto di vista finanziario e strategico. Non c’è mai limite alla formazione, perché il mercato cambia e il manager deve essere in grado di intercettare le sue variazioni, rilevarli a volte prima ancora che si manifestino in maniera concreta e cambiare eventualmente la rotta dell’azienda affinché questa possa sopravvivere. Infine costruire con sapienza ed empatia il team: circondarsi di risorse con competenze diverse fra loro, che siano veramente ingaggiati sul progetto, che abbiano la stessa visione  e lo stesso entusiasmo.” 

GIACOMO SALVANELLI

E’ un Crime Analyst (BSc, MSc, MSc) e Imprenditore. Dopo aver completato il proprio percorso accademico, a cavallo tra UK e USA, in materia di crime analysis, lavora come Crime Analyst presso la Portsmouth University (UK), prima, e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, poi.

A fine 2020 fonda Mine Crime, società deep tech (partecipata nel 2021, tramite investimento, dall’Università Bocconi di Milano) operante nel settore dei ‘big-data analytics con cui offre soluzioni innovative, in materia di risk analysis, ai reparti di security management delle corporate.

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