Debito Pubblico Italiano: da vincolo a strumento di aiuto per imprese e consumatori

Il tema del debito pubblico italiano rappresenta, da tempo, uno degli argomenti più discussi a livello politico, nonché uno dei principali problemi del nostro Paese nell’ambito del panorama economico internazionale.

Il debito pubblico è il debito contratto da uno Stato per soddisfare il proprio fabbisogno attraverso i servizi e investimenti pubblici: si ha un deficit quando le entrate sono inferiori alla somma delle uscite e delle spese per interessi.

Excursus storico

Storicamente l’Italia – fin dalla sua unità –   ha accumulato deficit sempre maggiori che hanno contribuito alla creazione di un gigantesco stock di debito pubblico rimanendo pressoché costante in doppia cifra fino ad arrivare, alla fine degli anni ’80, a superare la soglia del 100%.   

Con il Trattato di Maastricht del 1992 – e l’arrivo della moneta unica –    e grazie anche alle riforme varate dai governi italiani successivi, si è assistito ad una sua lenta decrescita che si è protratta fino alla crisi del 2008, anno in cui ha ripreso a crescere. Con la crisi dei debiti sovrani del 2011-2012 si è stabilizzato intorno al 134 -135%, livello mantenuto fino alla pandemia da Covid-19.

Emergenza Coronavirus, conflitto ucraino e crisi energetica 

L’emergenza da coronavirus ha delineato una situazione critica non solo dal punto di vista sanitario ma anche economico e sociale.

Secondo i dati Eurostat  una gran parte degli Stati Europei  per fronteggiare la crisi pandemica, hanno ritenuto necessario fare ricorso a un massiccio indebitamento  (Germania 69,3%, Italia 150,8%, Francia 113,3%, Austria 82,8%, Spagna 118,4%) per coprire le mancate entrate, al fine di sostenere l’economia ed evitare che la situazione emergenziale avesse delle gravi conseguenze in ambito sociale. 

Anche in Italia è emersa da subito la necessità di offrire politiche di sostegno alle imprese – che necessitavano di supporti efficaci e coerenti per assicurarne la tenuta nel periodo dell’emergenza e favorirne, successivamente, il rilancio – e una serie di misure a favore delle famiglie. 

Il periodo di forte instabilità economica, causato dalla pandemia da Covid 19 prima, dalla guerra in Ucraina e dalla crisi energetica conseguente poi, ha avuto un forte impatto anche sul nostro Paese, dove il debito pubblico ha segnato un nuovo record. Secondo la Banca D’Italia a marzo 2022 ha raggiunto quota 2.755,4 miliardi, rappresentando il 147% del PIL.  

Per comprendere  la relazione tra l’incidenza del debito pubblico sul PIL e  l’impatto del debito sulla crescita  economica abbiamo incontrato Leila Chentouf, Program Director del Global Master in International Management di Rome Business School e co-autrice della ricerca “Il debito pubblico in Italia: quali scenari post-pandemia?”  che ci ha detto:

Il debito Italiano, in Europa, è secondo solo alla Grecia, ma questo dato, che potrebbe sembrare allarmante, se letto nel contesto internazionale non assume una grave rilevanza. Ad esempio, il Giappone ha un rapporto debito/PIL che si aggira intorno al 250%.

Per affrontare questa tematica bisogna quindi porre in essere una approfondita analisi e non lasciarsi influenzare solo dalle cifre quando si discute sulla sostenibilità del debito pubblico e sui parametri da utilizzare per valutarlo.

Prima di tutto per considerare possibili fragilità o debolezze di un paese è importante conoscere chi detiene il suo debito: tendenzialmente, infatti, potrebbe essere rischioso che sia a disposizione di operatori (creditori stranieri) esteri. In Italia il 30% del debito pubblico, che sale al 56% in Francia, è nelle mani di attori stranieri che operano sul mercato internazionale: questo parametro è da tenere fortemente monitorato perché potrebbero derivarne rischi di speculazione, per contrastare i quali sono necessari supporti istituzionali. Proprio per fronteggiare questa eventualità la Banca Centrale Europa ha proposto un nuovo scudo antispread, il TPI (Transmission Protection Instrument), che aiuterà a dissipare le preoccupazioni e anche il nostro spread ad essere più stabile. Lo spread è considerato una sorte di barometro della fiducia degli investitori internazionali del Paese. Se è basso, significa che i mercati ritengono che il Paese sia sulla strada giusta. D’altra part, se aumenta, aumenta anche la preoccupazione.”

Debito Pubblico, imprese e cittadini

Secondo l’Eurostat il debito cumulato da 19 Paesi dell’Eurozona nel biennio 2020-2022 ha raggiunto il 98% del PIL. 

A fronte di un quadro teorico classico secondo il quale un alto livello di debito/PIL metterebbe a rischio la stabilità economica di una Nazione e la sua crescita economica, esistono opinioni che contraddicono questo assunto perché, si afferma, non esiste una  teoria economica che consenta di prevedere in astratto quale sia il rapporto debito/Pil che può portare un Paese al default, non esistendo un valore “definibile” per tutte le situazioni. 

Infatti, secondo eminenti economisti in periodi di crisi il debito pubblico, a fronte di riforme strutturali, può aiutare l’economia a risollevarsi, rappresentandone un volano.

Quando un Paese come l’Italia versa in situazioni di difficoltà, le autorità pubbliche possono usare il debito per aiutare le imprese a crescere e i cittadini e le famiglie a vivere con maggiore serenità. Naturalmente è necessario porre in essere riforme strutturali e un piano concreto di investimenti, dal sistema educativo al comparto della salute pubblica, dalla ricerca all’innovazione tecnologica per ammodernare il Paese e renderlo più competitivo sui mercati internazionali

E’ accaduto in Francia, in Germania e in Portogallo dove i Governi sono intervenuti con robusti aiuti. In situazioni emergenziali sono due gli strumenti per intervenire, oggi più che mai con un conflitto bellico in atto: una politica di emergenza e misure a lungo termine. Le politiche di emergenza attualmente hanno il fine, ad esempio, di aiutare le imprese a mantenere il processo di produzione e i cittadini a pagare le bollette di gas ed elettricità il cui aumento scaturisce dalla crisi energetica conseguenza  proprio del conflitto in Ucraina. Le misure a lungo termine servono per avere una visione del futuro: basta parlare di oggi o domani, dobbiamo parlare di 2030, 2040, 2050 per sapere come sarà l’Italia, l’Europa e il mondo nel 2050. Il debito pubblico può, dunque, rappresentare una soluzione. Dobbiamo solo sapere come usarlo.  

Inoltre, il problema oggi non è rappresentato solo da debito pubblico degli Stati ma dal taglio delle stime di crescita dell’economia globale da parte del Fondo Monetario Internazionale. Nel report “World Economic Outlook”, nel 2023 si prevede una crescita dell’economia globale del 2,7% in calo rispetto al 3,2% del 2022, che rappresenterebbe la performance più debole degli ultimi due decenni, fatta eccezione per la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020.”

Il Panorama Internazionale

Secondo l’Eurostat i Paesi con debito pubblico più alto sono la Grecia (189,3%), l’Italia (147%), il Portogallo (127%), la Spagna (117%), e la Francia (114,45).

Nel 2021 l’Italia era sesta nella classifica mondiale delle nazioni più indebitate al mondo. Primo il Giappone (250%), a seguire Sudan (210), Grecia (207), Eritrea (175) e Capo Verde (161% del Pil). 

Il PNRR

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, inserito all’interno del programma Next Generation EU (NGEU) e concordato dall’Unione Europea in risposta alla crisi pandemica da Covid 19, si pone come una grande occasione di crescita e di miglioramento della competitività internazionale del Sistema Paese in tutti settori coinvolti dal Piano. 

Il rilancio dell’Italia delineato dal PNRR si sviluppa intorno in sei missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e turismo, transizione ecologica, infrastrutture per la mobilità sostenibile, istruzione e salute. 

 “Le ingenti risorse destinate all’Italia, potranno cambiare realmente il futuro del Paese. Le 6 missioni identificate dal Piano erano molto importanti nel periodo della pandemia e lo sono ancora di più ora con il conflitto in Ucraina. 

Nella knowledge economy la digitalizzazione ricopre un ruolo determinate, perché il futuro di ognuno di noi sarà digitale.  Fondamentale sarà anche investire in un’economia sostenibile e porre in essere azioni che ci portino verso una transizione ecologica e a una rivoluzione energetica con una diversificazione delle fonti: dall’eolico al fotovoltaico, all’energia 100% green. Ma si deve anche apportare una rivoluzione culturale nei cittadini che devono assumere comportamenti più razionali e consapevoli nel consumo dell’energia. Non dobbiamo poi dimenticare l’istruzione e la formazione, la long life learnig per rendere le giovani generazioni pronte all’inserimento del mondo del lavoro che è sempre più dinamico”

Previsione 2023 per l’economia italiana

Secondo l’ultimo Rapporto del Centro Studi di Confindustria presentato lo scorso 8 ottobre, lo scenario che si prefigura per l’Italia del 2023 potrebbe essere caratterizzato, se non si riuscirà ad imporre un tetto al prezzo del gas, da una fase di stagnazione legata ad inflazione

“Il Fondo monetario internazionale ha parlato di una probabilità di recessione. L’ultima pubblicazione della Banca d’Italia ha previsto una crescita per l’Italia nel 2023 che si attesta a 1,6% rispetto ad una previsione di 2,5.  

Con queste premesse non saremo in recessione, inoltre la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea hanno previsto interventi di sostegno. Segnali importanti e un forte monito contro i rischi di speculazioni.”

LEILA CHENTOUF

Leila Chentouf ha conseguito un dottorato di ricerca in economia presso l’Università di Paris X Nanterre e un master in economia e finanza internazionale presso l’Università Paris X Nanterre – Francia.E’ esperta di cooperazione internazionale con i Paesi dell’area MENA, ha una vasta esperienza di lavoro con e per la Commissione europea. Insegna Scienze economiche in diverse università e scuole di business.  Presso la Rome Business School insegna International Economic e alla Swiss School of Management insegna i moduli MBA di “Strategia competitiva” e “Globalizzazione”. È inoltre tutor dei programmi di Dottorato in Business Administration e di Dottorato in Filosofia della SSM. Leila Chentouf è anche una ricercatrice impegnata. Il suo ultimo progetto è dedicato allo sviluppo sostenibile del Mediterraneo, con l’obiettivo di progettare una crescita economica verde per superare la crisi attuale e futura. 

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